La piazza del mercato era completamente vuota.
Davanti al vecchio obelisco, Nicola guardava Luca pensieroso: «Dove pensi di trovarlo, qualcuno del governo?»
«A Ceremo i palazzi importanti sono tutti al centro della città.» rispose il ragazzo grattandosi il mento «Andiamo a controllare lì.»
«Sì, e il centro sarebbe…?»
Andrea si girò verso di loro: «Forse il tempio è un palazzo importante.»
«Sei sicuro? Sembrava stesse cadendo a pezzi.» rispose Nicola.
«Però dev'essere molto importante se sono così tante le persone che pregano.»
«Il problema è un altro.» prese la parola Davide «L'ultima volta che siamo entrati in quei vicoli ci siamo quasi morti. Come passiamo?»
Nicola sorrise e si tolse lo zaino. Tirò fuori la pistola e la puntò contro l'amico. Davide scattò all'indietro quando quello premette il grilletto:
«Sono finiti i colpi, ma fa un certo effetto.» disse.
«Spero che non avremo bisogno di sparare.»
I quattro camminarono fino al tempio senza vedere anima viva.
Anche quel giorno degli uomini incappucciati si erano riuniti attorno alla fontana.
«Credi che continuerebbero a pregare se sapessero il vero motivo di tutto questo dolore?»
Andrea non rispose a Luca, lo guardò in silenzio.
«Pensate sia questo il posto?» disse Davide indicando un grigiastro palazzo in fondo alla piazza deserta.
Due guardie stavano appostate all'entrata con la solita uniforme blu. Portavano una fascia verde sul braccio destro e una sciabola alla cinta.
L'edificio a cui facevano da sicurezza era non molto più grande del tempio e sfoggiava quattro statue bianche, ormai rese irriconoscibili dal logorio del vento.
La bianca uniformità di quei mattoni di marmo veniva rotta da delle ampie finestre dalle quali si intravedeva una grande quantità di uomini in uniforme.
«Posso esservi utile?» chiese una delle guardie quando notò i quattro.
«Sì, è qui che si trova il governo?» rispose Davide.
L'uomo rimase un attimo in silenzio, poi chiese: «Volete parlare con il Governatore?»
«Sì.» disse leggermente imbarazzato Davide.
«E qual è il motivo della vostra richiesta?»
«Abbiamo informazioni importanti su quest'epidemia di cui vorremmo discutere.»
«Beh…» l'uomo si aggiustò il berretto «Non sono un segretario, ma penso che vi daranno udienza tra qualche giorno.»
«Questa udienza è urgente e vitale. La prego di aiutarci.» si intromise Nicola con tono deciso.
La guardia restò in silenzio per qualche minuto, poi entrò nell'edificio.
C'era un fresco vento per quella piazza, e anche un certo rimbombare di lontani suoni resi indecifrabili dall'eco. Una conseguenza del vuoto che c'era nelle strade.
La guardia si affacciò fuori la porta: «È in pausa, adesso. Vi concede una rapida visita informale finché rimaniate concisi. Seguitemi.» girò i tacchi e si incamminò a passo svelto nell'indaffarato edificio.
Quello era uno dei pochi posti a Preste che non aveva smesso di funzionare dall'inizio della pestilenza. Anzi, forse il ritmo era aumentato in quel municipio: c'erano uomini che urlavano ordini di quarantena e passacarte che stilavano con preoccupante velocità certificati di morte.
L'odore di inchiostro era quasi fastidioso, ma fù immediatamente contrastato dal forte aroma di un sigaro quando la guardia aprì la porta dell'ufficio del governatore.
Una stretta e scura libreria con volumi sulla guerra e sulla legge faceva da capolinea alla serie di fieri ritratti di vecchi ex politici che stavano sulle pareti di quello studio.
C'era un divanetto nero, con un tavolino sul quale varie lussuose bottiglie di liquori scintillavano con fare provocatorio. Dall'altro lato della stanza una grande scrivania in legno rosso si faceva regina di quello spartano ma elegante insieme di arredamento.
Era piena di carte e documenti, e dietro di lei c'erano appese una sciabola da ufficiale e un fucile, tenute in discrete condizioni.
«Buonasera, benvenuti.» disse senza girarsi.
Stava guardando una delle ampie finestre che affacciavano sulla piazza, in mano aveva un sigaro nuovo e fumante.
Il suo elegante vestito nero era quasi troppo formale e stonava con la semplice uniforme dell'ufficiale che gli stava a fianco con la fascia viola sul braccio destro.
La giovane guardia prese una brocca da sotto la scrivania e versò del caffè in una tazza. Lunghi e lisci capelli dorati gli spuntavano da sotto il berretto e gli arrivavano alle spalle quasi coprendo gli occhi verde scuro. Aveva un viso androgino, ma difficilmente avrebbero potuto scambiarlo per una donna. Indossava la solita uniforme blu, con una fascia azzurra e gialla.
«Mi hanno detto che avete informazioni da darmi. Parlate pure.» disse il governatore sedendosi dietro l'imponente banco rossiccio, poi si portò la tazza alla bocca. La folta e curata barba nera dava peso al suo vissuto viso e al suo sguardo profondo. Quell'uomo dava un senso di fredda calma con i suoi movimenti lenti.
Luca aveva già pensato a cosa dire, ma esitò ugualmente prima di iniziare a parlare.
«Forse siamo ancora in tempo per fermare questo male. Abbiamo bisogno di una corona, è quella la chia-»
«Una corona? Peculiare, come antidoto.» lo interruppe la guardia avvicinandosi di qualche passo.
Il governatore lo ammonì con il cenno di una mano: «Che cosa significa? Continuate.» chiese seccato.
«Cosa c'entra una corona con tutto questo? A cosa dovrebbe servirci, e di che corona state parlando?» disse per incalzarli.
Il ragazzo si girò verso i suoi amici, guardandoli per un attimo in cerca delle certezze che aveva appena perso.
Le pareti della stanza sembravano essersi strette attorno a loro, soffocando gli untori che avevano aperto la cripta e condannato quel comune ad una morte lenta quanto dolorosa.
Era questo che avrebbe dovuto dire il ragazzo, per rispondere al governatore che già lo guardava con sospetto e severità?
Ammettendolo, sarebbero finiti tutti quanti in un carcere, o peggio.
«Per farla breve,» annunciò Andrea improvvisamente riportando Luca in quella sala «Il morbo che ha colpito Preste viene da una maledizione che abbiamo scatenato dissacrando una tomba, o qualcosa del genere. Con la corona di quel guerriero, abbiamo la certezza di poter risolvere questo problema. Con il vostro aiuto, possia-»
«Quindi, quello che mi state dicendo è che abbiamo bisogno di una corona andata persa mezzo millennio fa?» lo interruppe il governatore. Il suo volto si era corrucciato per un attimo, ma ora sembrava di nuovo calmo.
«Se quello che mi state dicendo è vero, complimenti. Sapete quante corone ci sono sparse nei tesori delle casate nobiliari?»
«No, però-»
«Neanche io. Né ho i poteri necessari per requisirle senza alcuna prova specifica. Quindi non abbiamo alcuna speranza e voi siete i più pericolosi criminali della Storia del Colle. Colonnello, porti via questi untori.»
La guardia rimase immobile per un attimo, poi scoppiò a ridere.
«Untori, eh? Mi sorprende, signor Governatore, lei non è mai stato ingenuo. Questi sono solo dei ragazzini spaventati in preda al senso di colpa: si sono intrufolati in qualche rudere, e ora credono di aver fatto chissà cosa. Se permette, li accompagno all'uscita.»
«Credo che abbia ragione…» sospirò il governatore «Andate pure.»
Il colonnello li accompagnò, o meglio strattonò, fuori dalla stanza e poi fuori dal palazzo.
«Fermati, stiamo dicendo la verità!» si lamentò Andrea.
«Oh, lo so.» rispose con tono pacato l'ufficiale «Adesso venite con me a fare una passeggiata, vorrei chiedervi un favore.»
I ragazzi rimasero confusi per un attimo, poi iniziarono a seguirlo per i vicoli del colle. Camminava a passo svelto guardandosi intorno di tanto in tanto.
«Mi chiamo Stefano.» disse fermandosi vicino al muretto che delimitava il frutteto e porgendo la mano ai quattro. Uno alla volta, i ragazzi la strinsero. Le dita sottili di quella mano avevano una presa più forte di quanto sembrasse.
«So bene di cosa stavate parlando.» disse il giovane «Quando ero piccolo, i miei mi raccontavano di un cimelio di famiglia. Non me lo mostravano mai, ma ne parlavano molto. Il gioiello massimo della collezione… E si trattava proprio di una corona.»
I ragazzi lo ascoltavano in silenzio.
«In famiglia si diceva che fosse maledetta, ma i miei non ci credevano… Sapevano troppo. Ora ci aiuteremo a vicenda, ma voi dovete tenere per voi queste informazioni: ho le mani legate, e voglio che andiate a prenderla al posto mio prima che i miei parenti trasformino questa strage in uno strumento politico. Potete fare questa cosa per me?»
I quattro annuirono pensierosi.
«Si trova in un castello guardato da quattro cani. Così mi dicevano i miei.»
«Un po' più preciso no, eh?» rispose seccato Nicola.
«Non hanno mai voluto dirmi molto, i miei.» sorrise Stefano «Adesso andate, non posso stare via troppo o si insospettirebbero.»
Il colonnello si allontanò.
«Un'ultima cosa… Fate attenzione a come vi muovete. Finchè siete con me, nessuno può toccarvi. Ma non posso assicurarvi che sarete al sicuro anche dopo. Dovrete usare la forza per prendere quella corona, e non ci andranno piano con voi. Portatevi qualche asso nella manica, se ne avete.» disse sparendo dietro a un vicolo prima che i ragazzi potessero fargli altre domande.
«Ma per chi ci ha presi?» chiese Davide, ancora troppo incredulo per apparire scoraggiato «Qualche asso nella manica…»
«Forse ne abbiamo due.» annunciò Luca determinato «E sappiamo dove trovarli.»
