Il cavallo correva veloce per la campagna, Yosif era un pilota ben più esperto di Davide.
Sfrecciavano sotto il cielo grigio andando contro un vento freddo.
Il carro si fermò davanti alla cripta e i sei scesero svelti lungo i gradoni di pietra.
Nestor e Yosif stavano con naturalezza in quello stanzone che metteva ancora a disagio i ragazzi, e il dottore si avvicinò alle pazienti ignorando completamente i ricchi bassorilievi e le imponenti statue che opprimevano tutto il gruppo.
Madre e figlia dormivano una a fianco all'altra, pallide e ossute più dell'ultima volta.
«Che legame avete, con queste persone?» chiese serio Nestor.
«Non le conosciamo, in realtà. Dovremmo svegliarle?» fece Luca.
«Non ce ne sarà bisogno.» rispose Nestor accovacciandosi vicino a loro «Se tutto va bene, si sveglieranno direttamente dall'altra parte.»
Le esaminò per qualche minuto, poi si alzò e diede a Luca una pacca sulla schiena.
«Non ho altro da dire. Mi dispiace.» disse serio.
I quattro rimasero in silenzio, gli occhi bassi puntati sulle scarpe.
Fu solo allora che Nestor iniziò a guardarsi intorno girando per quella cripta. Ne studiò i bassorilievi cercando di coglierne i dettagli, ne osservò le statue fissandone le forme e non batté ciglio davanti alla vista del corpo del re nel sarcofago cremisi.
Si piegò verso il teschio e lo accarezzò leggermente - attorno alla testa del re c'era una strana schiacciatura, una deformità.
Passò un dito sulla ruvida gemma incastonata sulla fronte, poi aggrottò le sopracciglia.
«Quand'è che siete venuti qui? Con precisione.» chiese secco.
«Due giorni fa, era sera…» rispose Davide.
«Come siete entrati? Era già aperto questo sarcofago, o la botola…?»
«Abbiamo aperto noi la cripta, lo abbiamo fatto per sbaglio. C'era una specie di anello tra due mattonelle, e noi lo abbiamo staccato. A quel punto si è aper-»
Nestor tirò un pugno sull'altare e strinse i denti.
«Avete rotto il sigillo…»
I quattro lo guardarono confusi.
«Qualcuno ha portato via la corona dalla testa di questo stronzo, qui c'è una gemma spezzata a metà!» alzò la voce Nestor.
Si girò verso i ragazzi e il tono si fece di nuovo serio: «Il sigillo proteggeva il colle dall'effetto di questa gemma.»
«No…» Luca tirò fuori dalla tasca il piccolo anello e allungò la mano verso Nestor «È questo l'anello, rimettilo a posto…!»
La voce del ragazzo tremava come le sue mani.
«Puoi fare qualcosa, no? Riprenditelo e chiudi la botola, questo-»
«Non c'è nessuno qui che saprebbe replicare quel sigillo. Senza la corona non possiamo fare nulla.» lo interruppe freddo il medico.
«Non è possibile…»
Davide aveva lo sguardo perso nel vuoto mentre Andrea e Nicola fissavano i loro amici preoccupati.
«Ma che cazzo di mondo è questo??!» urlò Luca scaraventando a terra l'anello. La sua voce si ruppe, ma il corpo già disidratato non gli concesse nemmeno una lacrima per sfogare quella tensione che cresceva dentro di lui. «Noi… Noi non potevamo saperlo… Che senso ha una cosa del genere?! Che cosa c'entrano una corona e un anello di merda con l'acqua dall'altro lato della città??»
Si sentiva osservato da mille occhi che lo spogliavano strappandogli via la carne dietro di lui, sentiva il brivido del loro giudizio sul collo e dietro la schiena. Il suo corpo irrigidito era bloccato dallo stesso istinto che gli diceva di scappare.
Nestor si avviò verso le scale:
«Se permetti, ho di meglio da fare nei miei ultimi giorni che improvvisarmi professore.» disse nervoso.
«Volete andarvene così?!» urlò Andrea.
Yosif si allontanò in silenzio dietro Nestor.
Si fermò al primo gradino, girandosi leggermente verso il ragazzo, e parlò senza guardarlo in faccia:
«Mi dispiace. Non c'è soluzione. Questa cripta è stata sigillata secoli fa, a giudicare dalle incisioni. Quella corona potrebbe trovarsi ovunque in città come dall'altro lato del mondo… E tutti al colle sono già contagiati. Anche noi, anche voi.»
Nicola li seguì scuotendo la testa, ma quando tornò alla luce del sole i due uomini erano già partiti sul carro.
I quattro rimasero paralizzati, gli occhi puntati su quella macchia che si allontanava sempre più piccola verso il colle.
«Torniamo indietro.» sbuffò Andrea con occhi tristi e voce vuota.
«Davide.» aggiunse scuotendolo quando vide che non si muoveva «Non ha senso rimanere qui. Andiamo a mangiare qualcosa.»
Una lenta marcia li riportò alla fattoria.
Gli alberi li accolsero come la prima volta, ma non c'erano frutti da cogliere e il verde delle chiome si era sbiadito.
Ogni cosa si era fatta leggermente diversa sotto la luce biancastra di quei giorni.
Camminarono fino alla loro capanna, e lì si trovarono davanti il contadino.
«Ragazzi, eccovi, vi ho cercati tutto il giorno. Dov'eravate?»
I quattro non dissero nulla, e il contadino riprese con la sua solita fretta: «C'è stato un problema, dobbiamo risolverlo. Si è diffusa una voce assurda, tra alcuni contadini, secondo cui voi sareste la causa di questa pestilenza. L'avranno sentito da quelli del centro del paese, quei superstiziosi…»
I ragazzi continuavano a fissare il vuoto. Nessuno voleva guardarlo negli occhi.
«Io l'ho sempre detto che negli altri comuni c'è gente strana, ma qui a Preste ce n'è parecchia di gente stupida.» sorrise il vecchio «Allora, aiutatemi a chiarire. Spieghiamogli che è impossibile, che si tratta di una folli- Ragazzi? Sto parlando da solo?!»
I quattro si stavano allontanando. Andrea si fermò alla porta della capanna girandosi verso il contadino: «Hanno ragione. È meglio se ce ne andiamo.»
L'uomo si zittì e la sua espressione cambiò in un attimo mentre quelli riuscivano dalla capanna con gli zaini in spalla e si allontanavano verso il colle.
Per un attimo, il contadino pensò di ucciderli. Nello stesso attimo, pensò di abbracciarli. Poi pensò che erano due idee che non si addicevano alla nomina di sconosciuti, e non fece nulla.
«Adesso dove dovremmo andare?» chiese Andrea sperando di ricevere una risposta dalle tre mummie che aveva attorno.
Luca andava a rilento ed era rimasto indietro, Nicola continuava a passo svelto davanti a tutti e Davide si era fermato rimanendo solo.
«Ragazzi» si fermò Andrea «Potete rispondermi?»
Quel lamento suonò come la lagna di un bambino con la pesantezza del respiro di un vecchio.
«Non so che cosa fare…» riprese, ma alzò lo sguardo sorpreso verso Davide quando quello iniziò a falciare passi rapidi verso Luca.
«Che cosa mi hai fatto fare?!» urlò Davide strattonando Luca «Quell'uomo è morto per colpa nostra… Sai quanta gente morirà per colpa nostra?!»
«Ma noi che ne sapevamo…?» sputò Luca tra i denti digrignati mentre cercava di liberarsi dalla presa del ragazzo. La sua voce era stanca, i suoi occhi lucidi evitavano il contatto con quelli degli altri e fuggivano elusivi da quelli di Davide.
«Hai anche il coraggio di giustificarti?» gli chiese il ragazzo rabbioso. Lo lasciò andare spingendolo all'indietro, poi si allontanò girandosi dall'altra parte.
Luca cadde a terra. Rimase lì per qualche secondo, la dura e ruvida pietra sotto la sua schiena e le braccia aperte.
«Credi davvero che mi stia giustificando…?» lamentò a bassa voce.
«No? E che cosa stai facendo?!» si fermò Davide.
Il ragazzo si rialzò in piedi. Un sorriso nervoso si stava formando da un lato all'altro delle sue guance mentre si avvicinava all'amico. Stava ancora tremando, ma teneva i pugni chiusi e non lo dava a vedere. I suoi occhi determinati erano puntati su di lui, ma non lo stava guardando davvero. Sarebbe andato avanti così.
«Abbiamo causato un disastro.» disse serio «Ma dobbiamo sopravvivere. Dobbiamo salvarci e dobbiamo salvare queste persone.»
Davide lo guardava seccato.
«Ci dev'essere un governo qui, no? Chi altro potrebbe aiutarci a trovare una corona? Gli spiegheremo come stanno le cose e li guideremo.» continuava il ragazzo determinato «Noi non siamo come quei due. Salveremo questo posto.»
Nicola scosse la testa con un sorriso «Sì. Salveremo questo posto e andremo a Serece, scopriremo un altro comune e ci riprenderemo le nostre cose?»
«Esattamente.» rispose fiero.
Davide vedeva oltre lo sguardo di Luca. Fu solo per un attimo, ma distinse chiaramente che qualcosa si era insediata in quegli occhi, immersa nella speranza. Non seppe riconoscere quell'emozione, ma la ignorò.
Vedendo come i tre lo guardavano, come Andrea sorrideva determinato in attesa della sua risposta, Davide si avvicinò ai suoi amici e strinse il pugno determinato: «E allora andiamo.»
Il gruppo ripartì lungo la salita e Davide guardò Luca.
«Facciamo attenzione, d'ora in poi.» disse serio «Non voglio più cazzate.»
Luca annuì, ancora nervoso e preso da una certa adrenalina che aumentava ogni volta che metteva una gamba davanti all'altra.
Camminavano a passo svelto, abituati al grigio che li circondava e al silenzio che aveva invaso quella strada.
