Al suo ritorno alla base, Kael trovò un'atmosfera ancora più cupa. I soldati di guardia non lo salutarono; i loro sguardi erano vitrei, quasi privi di anima. Si diresse verso l'ufficio del colonnello, ma fu fermato da una nuova pattuglia. Indossavano uniformi dell'esercito, ma le loro facce erano coperte da maschere tattiche identiche a quelle dei sicari incontrati in città. L'infiltrazione era completa: l'Organizzazione aveva preso il controllo dell'esercito dall'interno.
Kael cercò Leo e lo trovò rannicchiato nel dormitorio, intento a fissare una fotografia sbiadita.
«Kael... chi è questa ragazza nella foto?» chiese Leo con voce tremante. «So che dovrei conoscerla, sento un dolore qui nel petto quando la guardo, ma non ricordo il suo nome. Non ricordo nemmeno quando l'ho scattata.»
Kael guardò la foto: era la sorella di Leo. «È tua sorella, Leo. Si chiama Maya.»
Leo scosse la testa, le lacrime agli occhi. «Non ho una sorella, Kael. Forse non l'ho mai avuta.»
Kael capì che l'oblio non stava solo cancellando le persone fisicamente, stava divorando i legami emotivi. Proprio in quel momento, vide dalla finestra una figura sul tetto dell'armeria. L'Entità era lì, avvolta nel suo abito nero, a osservare il caos con un distacco divino. Kael capì che restare alla base significava essere consumato. Rubò una moto tattica e alcune casse di munizioni speciali, decidendo di disertare. Non era più un soldato al servizio di uno stato, era un soldato al servizio della memoria. Prima di andarsene, incise il nome di Maya sul braccio di Leo con un coltello. «Ricorda questo dolore, Leo. È l'unica cosa che non possono rubarti.»
