Ficool

Chapter 6 - I Labirinti dell'Oblio

Il tunnel della metropolitana era una ferita aperta nel ventre della città, un luogo dove l'umidità colava dalle pareti come sudore freddo. Kael camminava davanti, con il fucile d'assalto puntato verso l'oscurità e una torcia tattica montata sulla canna che tagliava la nebbia sotterranea. Dietro di lui, Sophie stringeva un lembo della sua giacca militare, il respiro corto e irregolare che rimbombava contro le piastrelle scheggiate delle pareti.

Ogni passo di Kael era calcolato. Non era solo una questione di sopravvivenza fisica; era una battaglia contro il silenzio che sembrava volerli inghiottire. In superficie, la città stava perdendo i pezzi, ma qui sotto, nel regno dei dimenticati, la realtà sembrava farsi più densa, quasi vischiosa.

«Kael, fermati un momento... ti prego,» sussurrò Sophie. Le sue gambe tremavano e il pallore del suo volto era accentuato dalla luce cruda della torcia.

Kael si fermò, ma non abbassò l'arma. Scrutò i binari arrugginiti che si perdevano nel buio prima di voltarsi verso di lei. «Non possiamo restare fermi troppo a lungo, Sophie. L'Organizzazione non dorme. E quell'essere... lui ci vede anche senza occhi.»

«Perché sta succedendo tutto questo? Perchè a noi?» Sophie si sedette su una vecchia panca di legno mezza marcia. «Ieri ero al bar. Aspettavo te. C'era musica, c'era l'odore della pioggia pulita. Ora... ora non ricordo nemmeno il colore delle pareti di casa mia. Sento come se qualcuno stesse strappando le pagine del mio diario, una per una.»

Kael si abbassò alla sua altezza, mettendo un ginocchio a terra. Per la prima volta da quando era iniziata quella follia, la sua espressione si ammorbidì. «È l'Entità. Si nutre di ciò che siamo stati. Ma finché io ricordo te e tu ricordi me, esiste ancora una speranza. Il Comandante dei sicari vuole spezzare questo legame perché è l'unica cosa che non può controllare. Sei la mia ancora, Sophie. Senza di te, sarei solo un altro soldato senza nome in questa guerra fantasma.»

Proprio mentre pronunciava quelle parole, un suono metallico e stridente echeggiò nel tunnel, proveniente dalla direzione da cui erano venuti. Kael scattò in piedi, spegnendo la torcia. Il buio divenne assoluto, rotto solo dai piccoli indicatori luminosi sulla sua attrezzatura.

«Sono qui,» mormorò Kael.

Dalle ombre, non emersero passi umani, ma il sibilo del fumo liquido. Due sicari dell'Organizzazione apparvero come macchie d'inchiostro nell'oscurità. Non avevano bisogno di torce; sembravano percepire il calore della vita o forse il battito accelerato del cuore di Sophie.

Kael non sparò subito. Aspettò che fossero abbastanza vicini. Quando il primo sicario sollevò una lama nera come l'ossidiana, Kael estrasse il coltello da combattimento e si lanciò in avanti. Lo scontro fu silenzioso e brutale. Kael usò la sua forza per bloccare il braccio del nemico, sentendo sotto le dita quella consistenza innaturale, come se stesse lottando contro un ammasso di cenere compattata. Con un movimento rapido, gli spezzò il collo. Il sicario non emise un gemito; la sua maschera tattica si incrinò e il corpo iniziò a svanire in una nuvola di particelle nere.

Il secondo sicario aprì il fuoco con una pistola silenziata. Kael si gettò di lato, trascinando Sophie dietro un pilastro di ferro. I proiettili colpirono il metallo con un suono secco. Kael rispose al fuoco, mirando non al corpo, ma ai cavi elettrici che pendevano dal soffitto sopra il nemico.

Le scintille esplosero come piccoli fuochi d'artificio, illuminando il tunnel per un istante. Il sicario rimase accecato dal lampo di luce, una debolezza che Kael aveva intuito: quegli esseri, nati dall'oscurità dell'oblio, odiavano la luce violenta della realtà. Kael balzò fuori dalla copertura e scaricò metà caricatore nel petto dell'avversario. Il sicario esplose in una scia di fumo che fu rapidamente risucchiata dalle correnti d'aria del tunnel.

Kael tornò da Sophie e la aiutò a rialzarsi. «Dobbiamo trovare il bunker della vecchia resistenza. Se esiste ancora un posto dove i ricordi sono protetti, è lì.»

«E se fosse sparito anche quello?» chiese lei, con le lacrime che le rigavano il volto.

«Allora lo costruiremo noi, Sophie. Anche se dovessi incidere ogni tuo sorriso sulle pareti di questa città con le mie stesse mani.»

Ripresero a camminare nel labirinto sotterraneo. Kael sentiva il peso del fucile e quello della sua missione. Sapeva che l'Entità li stava guardando, divertita dalla loro lotta. Ma sapeva anche che ogni passo fatto insieme era un atto di ribellione. Non erano più solo fuggitivi; erano gli ultimi custodi dell'umanità in un mondo che stava svanendo nel nulla.

Mentre si inoltravano in un settore abbandonato della metro, Kael notò dei disegni sui muri: graffiti che non erano stati ancora cancellati. Raffiguravano volti, date, nomi. Era la prova che altri avevano provato a resistere prima di lui. Strinse la mano di Sophie, promettendo a se stesso che il suo nome non sarebbe mai finito su un muro dimenticato. La guerra era solo all'inizio.

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